Giorno del Ricordo: le celebrazioni per i vent’anni

Vent’anni fa il Parlamento istituiva il Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale


L’Amministrazione comunale di Faenza, come ogni anno, ha ricordato le innocenti vittime delle Foibe presso il piazzale dedicato alla loro memoria.

Oggi siamo qui per un atto necessario di storia.

Vent’anni fa il nostro Parlamento istituiva il Giorno del Ricordo, una data e un giorno che ci chiamano a non dimenticare e a riflettere.

A partire dagli anni duemila con l’istituzione del giorno della Memoria prima e quello del Ricordo poi, il nostro legislatore ha compiuto azioni forti e necessarie affinché la nostra società potesse crescere avendo ben presente tragedie, orrori ed errori del passato, del nostro passato come italiani, del nostro passato come Europei.

E non dobbiamo mai dimenticarcelo, la storia del popolo europeo è una storia di lotte e violenze, di contrapposizioni e di logiche di potenza. Una storia andata avanti così per quasi due millenni, culminata con i due conflitti mondiali del Novecento che hanno portato alla morte di milioni di giovani soldati, decimando generazioni e, soprattutto con l’ultimo conflitto mondiale, si è riversata con veemenza sui civili. Il profondo orrore della Shoah e migliaia e migliaia di eccidi, genocidi e pulizie etniche, frutti del razzismo e del nazionalismo.

L’importanza di queste giornate credo risieda sia nella necessità di operare una giusta azione di memoria nei confronti di quei milioni di vittime innocenti e sia per poter apprezzare il nostro presente, per farci interrogare, per non darlo per scontato. Due millenni di inimicizie che dovrebbero oggi farci apprezzare e amare il grande progetto europeo. L’Europa è una delle più grandi sfide che il genere umano si è dato, qualcosa che potremmo definire innaturale nella natura umana. E di questo dovremmo esserne consapevoli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quelli che oggi noi chiamiamo Padri dell’Europa, lanciarono a se stessi, agli Stati e soprattutto a noi cittadini, una grande sfida, un sogno: abitare in un’Europa di pace, di relazioni, di condivisione, un continente e un popolo che sono condotti da un destino comune.

Negli anni duemila, quando furono istituite queste ricorrenze la condivisione del progetto europeo era forte, tutti guardavamo all’Europa come orizzonte per il futuro. Oggi, però, questa energia si è sopita, l’Europa è sempre più percepita, e per alcuni versanti certamente è, come un burocrate, sono le regole e, quando va bene, i soldi dei finanziamenti per i nostri progetti e anche in questo caso la colpa se non riusciamo nei nostri intenti. E questo è colpa nostra. Siamo noi che abbiamo affievolito il vero spirito europeo, uno spirito di popoli e persone, uno spirito di cittadinanza comune, di un destino comune, di una forza comune. Noi cittadini e stati abbiamo riversato e addossato all’Europa i nostri insuccessi, i nostri problemi e le criticità del nostro tempo perdendo così di vista lo spirito e la grande innovazione dell’Europa. L’Europa nasce anche dalla consapevolezza delle grandi tragedie del passato aprendo la sfida di creare una comunità coesa incardinata su tanti popoli, tante vicende, con una storia e un futuro comuni.

Il dramma delle Foibe fu frutto dell’inimicizia, della politica di potenza e di sopraffazione operata dal fascismo negli anni Venti e Trenta, del violento egoismo e dell’eccesso di identità intesa come qualcosa che può vivere se elimina, espelle ed esclude ogni altra identità, sotto la pretesa irrealizzabile di uniformità politica, etnica e culturale. Le estreme conseguenze, maturate con la complicità del regime comunista di Tito, si sono riversate su una popolazione che non aveva altra colpa se non di essere di lingua e cultura italiana.

A vent’anni dall’istituzione di questa Giornata spero finalmente che la nostra società sia matura per accantonare la distinzione tra le vittime come se appartenessero a questa o a quella parte politica a seconda di chi era il carnefice.

Subito dopo l’8 settembre, con il crollo dell’esercito, l’inizio della guerra civile e il disorientamento nel nostro paese, migliaia e migliaia di innocenti cittadini italiani che risiedevano da generazioni nell’Istria e nella Dalmazia furono vittime dell’odio razziale operato da un senso di rivincita e riconquista delle forze guidate da Tito. Un odio scaturito come risposta alla sopraffazione e arroganza del dominio italiano in quelle terre che aveva negato alle popolazioni Jugoslave lì residenti, la loro identità.

Una storia che per troppi decenni è stata dimenticata e ignorata, a volte colpevolmente nascosta, perché complicata, perché riversata sulle sfide politiche dei tempi presenti e quindi ingombrante nello scenario internazionale della Guerra Fredda. E questo fu un grave errore. Un errore dimenticare l’immane sofferenza di migliaia di innocenti che, oltre alle violenze e alle uccisioni, videro scomparire la loro storia, le loro case, le relazioni, le famiglie e i ricordi. Esuli poi dimenticati e malversati anche quando tornati in Patria.

Guardando al tempo d’oggi, il Ricordo di quelle sofferenze e di quelle vicende, frutto dei totalitarismi del Novecento, dovrebbe interrogarci.

Interrogarci sul futuro della nostra Europa, intesa come Europa di Popoli e Cittadini, sulla quale riversiamo le frustrazioni degli insuccessi invece di avere tutti il coraggio di guardare a lei come orizzonte per un futuro più giusto: di amicizia, di relazioni, di rispetto, di valorizzazione di unicità e diversità.

Interrogarci sulle grandi sofferenze del nostro tempo, dei conflitti che ancora una volta insanguinano il Mediterraneo. Conflitti che nascono dall’incapacità di rispettare gli altri, di vedere nell’altro qualcosa di diverso e per questo interessante, qualcosa da conoscere, non per perdere un’identità, ma per crescere confrontandosi con altre identità.

Interrogarci sulla nostra ignavia davanti a questi drammi che ancora una volta colpiscono i civili, a migliaia, colpiscono i bambini, chi è fragile, gli innocenti.

Ecco forse oggi, mentre ricordiamo le sofferenze patite dagli esuli fiumani, istriani, giuliani e dalmati fermiamoci un attimo per ricordarci che non serve a nulla ricordare le tragedie del passato se poi non agiamo per impedire le tragedie del nostro oggi.

Grazie.

Trascrizione dell’intervento che ho avuto l’onore di tenere durante le celebrazioni dell’Amministrazione comunale

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