Gaza: la vita non è negoziabile

Un intervento in Assemblea legislativa per riaffermare il diritto all’esistenza del popolo palestinese e la necessità di una pace giusta, nel rispetto del diritto internazionale e della dignità umana.

In questi mesi, Gaza è diventata il simbolo di una crisi umanitaria che non possiamo più ignorare. Di fronte alla sproporzione della risposta militare israeliana e alla sofferenza inflitta alla popolazione civile, ho sentito il dovere morale e politico di intervenire in Assemblea legislativa durante la discussione di una risoluzione. Questo è il testo del mio intervento: un appello, alla giustizia, alla difesa dei diritti fondamentali dell’uomo, senza ambiguità e senza silenzi.

Presidente, colleghe, colleghi,

oggi sento il bisogno profondo, prima ancora che politico, di esprimere un pensiero chiaro e netto su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza. Non posso, non possiamo, restare in silenzio davanti a ciò che si sta consumando davanti agli occhi del mondo. Il nostro silenzio sarebbe complice. E invece questo è il momento di alzare la voce, di dire ciò che è giusto, anche se scomodo.

Condanniamo con forza e senza ambiguità l’attacco terroristico del 7 ottobre scorso da parte di Hamas, che ha causato morti innocenti e molte sofferenze in Israele. Ma non possiamo, proprio in nome di quella stessa umanità ferita, accettare ciò che sta accadendo da allora. La risposta dello Stato di Israele ha assunto una dimensione che non può più essere definita difensiva e proporzionale. Si è trasformata in una campagna di devastazione, che colpisce in modo massiccio la popolazione civile, le infrastrutture, i servizi essenziali, le vite dei più fragili.

In poche parole: ciò che oggi vediamo a Gaza è la sistematica distruzione di una società. A pagare il prezzo più alto sono i bambini, le donne, i malati, gli anziani. Centinaia di migliaia di persone costrette a spostarsi continuamente da un rifugio all’altro, spesso sotto le bombe. Oggi oltre due milioni di persone vivono senza sicurezza, senza cibo, senza acqua potabile, senza cure mediche. Intere famiglie vivono con un pasto al giorno, quando va bene.

Proprio i bambini, in tutto questo, sono le vittime più innocenti. E ci chiediamo: che ne è dei loro diritti? La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata dallo stesso Israele, afferma che ogni bambino ha diritto alla vita (art. 6), ad un livello di vita adeguato (art. 27), alla protezione da ogni forma di discriminazione (art. 2) e all’unità familiare (art. 11). Oggi, nella Striscia di Gaza, questi diritti vengono calpestati ogni giorno, sotto i bombardamenti e nelle privazioni imposte.

Non possiamo ignorare che, nel frattempo, Israele ha elaborato e approvato un piano che punta alla conquista e occupazione definitiva della Striscia di Gaza, prevedendo anche lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di palestinesi verso Sud, in aree già devastate e sovraffollate. Questo progetto non è solo militare: è politico, e punta a ridisegnare la geografia e la composizione demografica della Striscia.

A Gaza non si combatte solo una guerra: si sta portando avanti un’operazione di svuotamento del territorio, anche attraverso il blocco sistematico degli aiuti umanitari, la fame come arma, la distruzione delle scuole, degli ospedali, delle abitazioni. E intanto si progettano insediamenti, città del futuro, zone economiche di libero scambio che sembrano già immaginare una Gaza senza palestinesi.

Ed è proprio in questa logica di cancellazione fisica, sociale e culturale che si affaccia, con forza crescente, la parola più grave e più dolorosa: genocidio. Un termine che il giurista Raphael Lemkin coniò nel 1944 e che il diritto internazionale ha poi definito come la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale o religioso. Parliamo di uccisioni sistematiche, di condizioni di vita imposte per provocare l’annientamento, di trasferimenti forzati, di disgregazione sociale e familiare. È giusto interrogarsi se ciò che sta accadendo a Gaza non si avvicini drammaticamente a quella definizione. Perché un popolo che viene espulso, bombardato, affamato e delegittimato nella sua stessa esistenza, è un popolo a rischio di cancellazione.

La comunità internazionale ha già ammonito, con forza, che anche la Quarta Convenzione di Ginevra – alla quale Israele ha aderito – è ignorata sistematicamente. Quella Convenzione impone il dovere di proteggere i civili in tempo di guerra, di garantire loro l’accesso a cibo, cure e sicurezza. Oggi invece, come ha denunciato il Comitato Internazionale della Croce Rossa, a Gaza “non arriva nulla”. Nemmeno per gli ospedali da campo. È la disumanizzazione del conflitto.

Sono documenti ufficiali, dichiarazioni pubbliche, interviste ai protagonisti, piani di ricostruzione già pronti che parlano di “ripulitura” e “riqualificazione” urbana. La stampa israeliana ha pubblicato un progetto chiamato “Gaza 2035”, con rendering di grattacieli e porti turistici, come se la costa fosse solo una questione di metri quadri edificabili, non la terra di chi oggi muore per restarci.

È una realtà inaccettabile per chiunque creda nella convivenza tra popoli. Perché qui non si sta solo negando il diritto alla sopravvivenza: si sta negando l’esistenza stessa del popolo palestinese.

Ecco allora che i grandi riferimenti morali e civili dell’umanità, che a volte ci sembrano astratti, diventano strumenti vivi e attuali.

La Carta delle Nazioni Unite, nel suo preambolo, ci ricorda l’impegno a:

“salvare le future generazioni dal flagello della guerra… riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana… e a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato”.

Parole che oggi suonano come un grido nel deserto.

Così come l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII, che dice:

“Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita.”

E ancora:

“Ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora… e di immigrare in altre comunità politiche quando legittimi interessi lo consiglino.”

Ecco, oggi a Gaza questi diritti non esistono. Sono stati cancellati, e chi li rivendica rischia di essere accusato di antisemitismo. Ma diciamolo con chiarezza: criticare le scelte del governo israeliano non è odiare il popolo ebraico. Anzi, proprio per rispetto del popolo di Israele, della sua storia, della sua sofferenza, non possiamo tacere davanti all’uso politico e militare che si sta facendo del dolore, trasformandolo in dominio e sopraffazione.

Israele è parte della nostra storia, della nostra cultura, e proprio per questo ci sentiamo traditi. È come quando un fratello compie un’azione inaccettabile: il dolore è doppio, perché è un dolore che riguarda anche noi.

Lo disse bene Costantino Corsanego, padre costituente italiano, intervenendo durante i lavori per l’articolo 11 della Costituzione:

“Tutte le rovine di questi ultimi tempi sono dovute alla protervia con cui ogni Stato ha voluto sostenere in modo assoluto la propria sovranità. Se vogliamo davvero la pace, dobbiamo accettare dei limiti, riconoscere un’autorità superiore e porre fine al cerchio del nazionalismo.”

Oggi il nostro compito non è solo analizzare ciò che succede, ma affermare una verità semplice: il popolo palestinese ha diritto a vivere libero nella propria terra, con dignità, in uno Stato autonomo e riconosciuto, come prevede il principio dell’autodeterminazione dei popoli, riconosciuto a livello internazionale.

Questo non è più un obiettivo futuro, è una necessità urgente. Perché solo così possiamo sperare in una pace vera, che non sia una tregua armata, ma una convivenza fondata sul rispetto reciproco.

E allora, in quest’aula, in questa istituzione, che rappresenta la volontà democratica dei cittadini emiliano-romagnoli, voglio affermare con forza che la vita umana non è negoziabile, e nessuna sicurezza può essere costruita sulla distruzione dell’altro.

Per questo oggi, come rappresentanti delle istituzioni, siamo chiamati a prendere parola, con coraggio e con coscienza. Per chiedere che cessino le violenze, per chiedere che si rispetti la vita umana, per chiedere di tornare nel perimetro del diritto internazionale, per chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina e per l’autodeterminazione del popolo palestinese.

Grazie.

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