Eccidio di Crespino: fare azioni di memoria attiva

Domenica 20 luglio a Crespino del Lamone per l’annuale anniversario dell’eccidio che vide trucidati 44 civili

Presso l’Ossario che custodisce i resti della terribile strage, cittadini, amministratori, forze dell’ordine, associazioni e associazioni d’arma e partigiane ci siamo ritrovati per ricordare. Per dare voce alla memoria di un eccidio, per onorare il dolore di una comunità, per non dimenticare gli orrori della guerra e delle dittature. Ricordare è un dovere civico. Lo facciamo per chi ha sofferto, per chi ha resistito, per chi ha costruito la libertà che oggi viviamo.
Lo facciamo anche per noi, perché la pace non è mai scontata. La libertà va custodita, ogni giorno.

Gli eventi

Tra il 17 e il 18 luglio 1944, nella frazione di Crespino sul Lamone, comune di Marradi (FI), e nelle vicine località di Fantino e Lozzole, avvenne una cruda rappresaglia nazifascista.

Il 15 luglio un soldato tedesco fu ucciso nei dintorni; il 17 luglio una pattuglia nazista fu attaccata da civili non organizzati partigianamente, con un morto tra i tedeschi. In risposta, il 3. Polizei‑Freiwilligen‑Bataillon Italien (un reparto italo‑tedesco) scatenò violenza estrema: il 17 luglio circa 28 persone furono fucilate sul greto del Lamone, poi altri furono uccisi nei poderi limitrofi.

Il giorno seguente il battaglione si spostò verso Fantino e Lozzole, uccidendo altre 13 vittime. In totale, furono 44 i civili assassinati, tra cui il parroco don Fortunato Trioschi, anziani, padri, fratelli e contadini. Le esecuzioni furono compiute con armi da fuoco e seguite da incendi di case e stalle. La chiesa fu profanata mediante raffiche di mitragliatrice.

Le riflessioni che ho condiviso ieri

Oggi, come ogni anno, ripetiamo una sana abitudine: ci ritroviamo qui, presso l’ossario di Crespino, per una giusta e necessaria azione di ricordo e di memoria. È una pratica sana perché questo ricordo ci permette di conoscere e continuare ad avere memoria dei crudeli eventi che toccarono questa comunità, oltre a quelle di Fantino e di Lozzole.

Credo sia importante che le nostre comunità – cittadini, rappresentanti delle istituzioni, forze dell’Ordine, Associazioni e Associazioni d’arma e partigiane – si ritrovino e abbiano consapevolezza delle distruzioni materiali, culturali e sociali che la guerra portò con sé, del profondo impatto emotivo e della disperazione a cui furono soggette le popolazioni civili. Il nostro è un bisogno, oltre che un dovere. Serve ricordare che, prima della inevitabile caduta verso il conflitto, insita e ineluttabile nelle politiche dei regimi nazionalisti e totalitari fascista e nazista, fummo assoggettati all’omogeneità e al controllo, per plasmare una società, per sopprimere ogni forma di dissenso, arrivando all’assurda corsa di odio verso il diverso.

Dopo vent’anni di dittatura sempre più pressante, arrivò l’assurda corsa verso la guerra. Una guerra per dominare, per arroganza, per sopraffare. L’armistizio non fu per questi territori la fine della violenza, ma l’inizio di un nuovo, ancor più feroce capitolo. L’Operazione Alarico, così chiamata con sinistro riferimento a quel re goto che saccheggiò Roma, fu il piano con cui i nazisti decisero l’assoggettamento dell’Italia, trattata da alleata divenuta nemica. Ma non furono solo mani straniere a colpire: italiani, imbevuti di cieca ideologia, nella Repubblica di Salò, si resero protagonisti di indicibili atrocità. Anche qui, tra questi monti, esplose la loro violenza, il loro odio e il loro orrore, riversati su popolazioni inermi.

Non possiamo tacere che la risposta di questi violenti fu sempre spropositata, brutale, mirata a fiaccare ogni forma di resistenza, a delegittimare e isolare la legittima lotta partigiana. Le brigate Garibaldi, Matteotti, Giustizia e Libertà, i gruppi di combattimento dell’esercito, gli internati militari italiani… tutti coloro che vollero opporsi pagarono un prezzo altissimo. Ma a pagarlo, troppo spesso, furono i civili: donne, bambini, anziani. Persone comuni, colpite con ferocia inimmaginabile.

Le azioni di storia, memoria e ricordo che oggi compiamo – qui e in quei tanti luoghi che poco più di ottant’anni fa videro rappresaglie e stragi, ma anche eroismo e patriottismo – non possono essere gesti rituali vuoti. Devono essere un’esortazione, un impegno rinnovato ogni anno, perché altrimenti il nostro essere qui perderebbe di significato. La memoria deve essere azione, deve essere impegno.

Siamo consapevoli che le dittature non arrivano all’improvviso. Si insinuano lentamente, rispondendo apparentemente alle richieste di ordine, di sicurezza, alla paura della diversità, alla fatica del confronto. Ogni volta che una voce si spegne, ogni volta che il dissenso viene deriso, che la complessità viene ridotta a slogan, ci avviciniamo un po’ di più al rischio di perdere la libertà. Per questo, oggi più che mai, dobbiamo vigilare, ascoltare, proteggere il pluralismo come presidio di democrazia.

I padri costituenti, nell’articolo 11 della nostra Costituzione, ci hanno lasciato un monito chiaro e forte: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Quelle parole, scritte con la consapevolezza della tragedia appena vissuta, non devono restare lettera morta. Troppi i conflitti che ci circondano, troppa spesso la nostra indifferenza rischia di diventare complicità. Ma noi, che qui ricordiamo quanto brutale possa essere una guerra contro la libertà di un popolo, abbiamo il dovere morale e civile di essere attori di pace, con le forze, gli strumenti e i gesti che ciascuno di noi ha a disposizione.

E c’è una speranza, che si chiama Europa. Un’Europa nata sulle ceneri di secoli di conflitti tra le sue nazioni, costruita sul sogno – e sulla fatica – della cooperazione. Non parlo solo delle istituzioni, ma soprattutto di noi, cittadini europei. Abbiamo il compito di correggerne le storture, certo, ma anche di spingere per una integrazione sempre più profonda. Perché la pace si costruisce insieme. Perché la libertà, la possibilità di essere sé stessi, di viaggiare, di conoscere, di confrontarsi, sono conquiste che non possiamo dare per scontate. E, lasciatemelo dire, dobbiamo essere “obbligati” a farlo. Perché questa non è solo una speranza: è un sogno concreto, che abbiamo il dovere di continuare a realizzare.

L’anno prossimo torneremo qui. E torneremo non solo per ricordare, ma per fare memoria attiva. Per chiederci cosa abbiamo fatto, nell’anno appena trascorso, per onorare questo sacrificio. Per rilanciare un impegno che non è facoltativo, ma è parte del nostro essere cittadini, parte viva del nostro dovere civico.

Grazie a tutte e a tutti.

Lascia un commento