Il 25 novembre è anche domani

L’Assemblea Legislativa ha celebrato questa data durante una seduta con una relazione sulle attività di prevenzione e protezione della Regione, seguita dagli interventi dei consiglieri e consigliere

Ho avuto l’onore di condividere il mio ragionamento e il mio pensiero, che condivido anche qui:

25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. I dati forniti da ISTAT sui contatti il 25 novembre al numero antiviolenza 1522 basterebbero da soli a testimoniare l’importanza di questa ricorrenza. Eppure, come ogni anniversario, non deve essere soltanto un momento di memoria: deve diventare l’occasione per interrogarci su ciò che abbiamo fatto nell’ultimo anno e, soprattutto, per rilanciare il nostro impegno e le nostre azioni. È una giornata che ci chiama a riflettere, a sensibilizzarci e, ancora di più, a intervenire.

La violenza contro le donne — anche nelle sue forme più sottili, subdole, quasi invisibili — è la prova tangibile di un problema culturale profondo, che affonda le sue radici nella storia e nella struttura stessa della nostra società. Secoli di ideologia patriarcale hanno consolidato una visione maschilista e misogina della realtà, talmente radicata da infiltrarsi nella nostra quotidianità. Il mondo, così come è stato costruito, sembra fatto su misura per l’uomo; la donna resta spesso ai margini della Storia, con la “S” maiuscola. Lo dimostra perfino la toponomastica delle nostre città, che racconta l’identità di una comunità: ebbene, i luoghi dedicati alle donne sono pochissimi, quasi inesistenti.

Negare l’esistenza di una cultura patriarcale e maschilista è falso e pericoloso. Sessismo e maschilismo si manifestano ovunque, in forme più o meno esplicite, e ignorare questa realtà significa alimentare un meccanismo discriminatorio che continuiamo, consapevoli o no, a perpetuare. Accanto alle violenze più drammatiche, esiste un universo di gesti, atteggiamenti, parole che la società considera “tollerabili”, “innocui”, e che proprio per questo sono i più difficili da scardinare.

Viviamo in un mondo costruito su uno squilibrio di potere presentato come naturale e immutabile, in una società che ci ingabbia in etichette soffocanti, così strette da immobilizzarci. Continuiamo a deresponsabilizzarci rispetto alle nostre colpe e rispetto alla nostra capacità di cambiare le cose. Eppure la cultura non è qualcosa di statico: avanza, si trasforma, cresce. La cultura evolve attraverso la trasmissione di conoscenze, valori, visioni del mondo. Ed è qui che dobbiamo agire, perché è qui che possiamo cambiare il futuro.

Le tante iniziative culturali promosse in occasione del 25 novembre — da associazioni, scuole, amministrazioni — sono fondamentali. La cultura, nelle sue diverse forme, ci permette di condividere idee, emozioni, riflessioni: apre varchi di consapevolezza e diventa lo strumento principale per costruire una società migliore, più giusta ed equa.

Accanto a questo, non possiamo dimenticare la centralità dei percorsi educativi rivolti ai giovani: lo sport, le attività culturali, la scuola. È urgente fornire a ragazze e ragazzi strumenti adeguati a comprendere le proprie emozioni, costruire relazioni sane, rispettare la libertà dell’altro, riconoscere i segnali di violenza e di controllo. Lo ripeto: è necessario e doveroso introdurre in tutte le scuole percorsi strutturati di educazione all’affettività e alla sessualità, con personale qualificato e programmi calibrati sull’età. E non possiamo permettere che tutto questo dipenda dal consenso delle famiglie, perché proprio dove è radicata una cultura maschilista ci sarà chi si opporrà. La scuola ha il dovere di offrire strumenti uguali per tutti, al di là del contesto familiare. Lo vediamo anche da fenomeni social come il trend del “malessere”: l’esaltazione di un modello maschile tossico, geloso, violento e per questo paradossalmente considerato “attraente”. Non possiamo accettarlo. Non possiamo permetterci di tornare indietro.

E qui entra in gioco anche la responsabilità di noi uomini. Dobbiamo diventare davvero femministi. Il maschilismo non danneggia solo le donne: danneggia anche noi, ingabbiandoci in modelli irrealistici, soffocanti, a volte violenti. L’uomo-macho, virile, forte, invulnerabile: un mito che ci costringe in ruoli che non ci appartengono. Sono queste le sbarre della prigione che spesso ci costruiamo da soli. Viviamo nella prigione del nostro stesso sesso.

Se il maschilismo, come definisce Garzanti, si fonda sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna, il femminismo è invece un movimento che combatte ogni forma di discriminazione e ricerca la pari dignità di tutte e tutti. E proprio per questo dobbiamo essere tutti femministi.

“Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”, cantava De André. E aveva ragione. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte: ad ascoltare, a cambiare, a intervenire. Quante volte abbiamo sentito parole, gesti, battute che rivelano una cultura maschilista? E quante volte siamo rimasti in silenzio? È questo il momento in cui noi uomini dobbiamo trovare il coraggio di uscire dalla nostra prigione, di condannare ciò che è sbagliato, di smettere di voltare lo sguardo altrove, di liberarci e liberare.

La nostra società deve smettere di giudicare e colpevolizzare le donne vittime di violenza — come se un loro gesto potesse “aver provocato” la vera natura del maschio — e deve invece diventare una comunità educante. Per educare un bambino, dice un proverbio africano, serve un intero villaggio.

Diventiamo quel villaggio. Tutti insieme. Per costruire finalmente una società giusta, equa, capace di rispettare e valorizzare ogni persona per ciò che è, non per il suo genere. E ricordiamolo: anche domani sarà il 25 novembre.

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