Celebrazioni per ricordare gli eccidi di Crespino, Casale e Rivalta

Ho avuto l’onore di rappresentare il Comune alle celebrazioni per ricordare i tragici avvenimenti successi nelle nostre colline 77 anni fa

Crespino sul Lamone

È sempre un momento emozionante, toccante. Un momento di ricordo ed è proprio il ricordo che è fondamentale per non ripetere, declinati nei temi dell’oggi, gli errori del passato.

Un’azione che diventa sempre più importante perché, ora che sono sempre meno le persone che hanno vissuto in prima persona quegli avvenimenti, spetta a noi raccogliere il testimone.

Un momento profondo per rendere onore ai nostri fratelli, a chi cadde vittima dell’odio e della violenza bellica. E per rendere davvero onore alla loro memoria dobbiamo fuggire l’indifferenza, non voltarci davanti all’odio e all’ingiustizia dei tanti drammi del nostro tempo.

In queste occasioni di memoria si provano profonde emozioni ed è compito nostro tenere vive tutto l’anno queste emozioni, viverle nel quotidiano e condividerle, soprattutto con chi più giovane.

È nel solco del ricordo, della memoria e della storia che possiamo proseguire il nostro cammino crescendo come persone e comunità più forti, più giuste, migliori.

Crespino del Lamone e Fantino

A Crespino tra il 17 e 18 luglio, chi era dalla parte sbagliata della storia, massacrò 44 innocenti civili. Un’azione talmente brutale che lascia sgomenti.

Marradi – Luglio 1944. Il massacro di Crespino sul Lamone

Casale di Brisighella

A Casale 77 anni fa, per rappresaglia, i nazifascisti uccisero 5 giovani imprigionati per motivi politici nel carcere di Forlì. I cittadini furono prima fatti chiudere in casa e sentirono i colpi dei mitra senza sapere cosa stesse davvero accadendo, senza conoscere chi veniva crudelmente ammazzato, senza sapere se loro amico, parente o compaesano. E poi alla fine furono chiamati e costretti a guardare i cadaveri di questi martiri. Il dramma, l’angoscia, sentirsi oggetto di un odio fino ad allora nemmeno immaginato.

Rivalta

All’alba del 12 agosto 1944 Carlo Casalini, Emilio Nanni, Luigi Sangiorgi, Giuseppe Savini e Annunziata Verità, che la sera prima avevano subito a Villa San Prospero, sede del comando della Brigata Nera, un processo sommario a suon di botte e sevizie concluso con la condanna a morte decisa dallo spietato capo dei fascisti faentini, Raffaele Raffaeli, furono portati davanti al cimitero di Rivalta e fucilati. Annunziata Verità, solamente ferita alle braccia e alla tempia, si finse morta sotto i corpi delle altre quattro vittime e più tardi riuscì a fuggire e a raggiungere rocambolescamente le formazioni partigiane sui monti.

Estate tragica quella del 1944. In maggio si abbattono su Faenza i primi bombardamenti, decine le vittime, grandi le distruzioni. Dopo il secondo, avvenuto il giorno 13, migliaia di faentini lasciano le loro abitazioni e i loro averi per trovare rifugio in case di campagna meno esposte alle incursioni aeree. Sono gli sfollati, un termine che diventerà penosamente noto a tutti.

Le linee del fronte sono ancora lontane, tedeschi e italiani stanno subendo sconfitte su tutti i fronti, ma la propaganda insiste su armi segrete che otrebbero decidere l’esito della guerra. Intanto bombardamenti devastanti colpiscono tutte le città del centro nord, distruggono ponti, via di comunicazione, impianti industriali.

Spalleggiate dai tedeschi, le Brigate nere fasciste uccidono, bruciano case, compiono rastrellamenti e rappresaglie. Le nostre zone vivono nel terrore.

Il 15 maggio a Valpiana, sopra Brisighella, cade in un’imboscata il professor Renato Emaldi, una delle figure più capaci e stimate del Comitato di liberazione faentino. Il 4 luglio i tedeschi uccidono a Oriolo Mario Bertaccini.
Pochi giorni dopo, il 10 luglio, a Gamogna cadono Vittorio Bellenghi e Bruno Neri, comandante e vice comandante del Battaglione “Ravenna”, una formazione partigiana nella quale sono confluite le diverse espressioni dell’antifascismo: comunisti, repubblicani, cattolici, socialisti.

Il 15 luglio a Celle viene fucilato per rappresaglia Luigi Ciani.
Nelle settimane e nei mesi seguenti l’elenco dei caduti, dei seviziati, dei deportati, si allungherà tragicamente.
In questo clima maturano i fatti che qui ricordiamo.

E’ l’11 agosto. Un gruppo di persone armate non collegate organicamente con le formazioni partigiane, ha deciso di eliminare Natale Raffaeli, capo dei fascisti di Marzeno, autore con altri di numerosi atti di violenza e di omicidi. E’ il padre di Raffaele Raffaeli, segretario del fascio e comandante della Brigata nera.

Tutte le mattine si reca a Faenza per riferire e prendere ordini.
Il gruppo si apposta nel fosso, nei pressi del cimitero di Rivalta. Aspetta, ma Raffaeli padre non arriva. Quella mattina il cavallo ha fatto le bizze e lui ha dovuto rinunciare al consueto percorso.
Il tempo trascorre e gli uomini in armi si rendono conto del pericolo al quale si stanno esponendo. Quando stanno per allontanarsi, verso le 9 e mezza, vedono giungere da Faenza un altro fascista, Domenico Sartoni, portaordini della Brigata nera. Lo lasciano avvicinare e gli sparano uccidendolo.

La reazione è durissima. Raffaele Raffaeli ordina l’immediato rastrellamento della zona. Vi prendono parte 23 fascisti. Catturano una quarantina di persone, fra le quali il parroco di Rivalta don Antonio Drei e l’arciprete di Marzeno, don Randi. Decidono di fucilarne molti, 12 o forse 16, compreso lo stesso don Drei, nello stesso luogo in cui è caduto il loro camerata.

Don Randi viene rilasciato e corre a villa San Prospero, all’inizio della strada che porta a Castel Raniero. Qui, dopo il secondo bombardamento su Faenza, si è trasferito il comando della Brigata nera. Chiede che non venga commesso un simile atto di violenza. Lo trattano in malo modo, viene allontanato con minacce di morte.

Don Randi allora si reca a Faenza, va dal vescovo e sollecita il suo intervento. Questi tenta di mettersi in contatto per telefono col comando fascista, ma nessuno risponde. Allora vanno assieme a S. Prospero, ma alle loro richieste si risponde con rifiuti e offese. Ritentano in serata, verso le 19. Valeriano Rota detto l’americán, un brigatista nero, avvisa il federale Pietro Montanari che sta per tornarsene a Ravenna. Ne segue un colloquio concitato, con Raffaeli che inveisce e minaccia. Alla fine i capi decidono che la rappresagli si farà e che i fucilati saranno cinque. Sono Carlo Casalini, Emilio Nanni, Annunziata Verità, Luigi Sangiorgi e Giuseppe Savini.

Gli uomini sono contadini della zona, Annunziata è sfollata alle Balze ed è caduta per caso nella rete del rastrellamento. Sono tutti estranei all’uccisione di Sartoni. Vengono portati a S. Prospero e chiusi in una stalla. E’ caldo, chiedono acqua, ma viene loro rifiutata. Con loro inizialmente ci sono anche don Drei e un’altra donna che in seguito verranno rilasciati.

Alle 11 di notte cominciano gli interrogatori. Uno ad uno vengono prelevati e condotti al cospetto di un tribunale privo di ogni legittimità. Li sottopongono a un trattamento brutale, vogliono sapere i nomi dei partigiani che hanno eseguito l’azione della mattina, li percuotono e li torturano a sangue.

L’ultima è Annunziata Verità: stesse domande, stesse minacce seguite da schiaffi e pugni. Pretendono che firmi una ammissione di “complicità coi ribelli”, in pratica la sua condanna a morte.

La mattina seguente, all’alba, i cinque sventurati vengono caricati su un camion e portati qui. Legano loro le mani con una grossa corda e li mettono con la faccia al muro di questo cimitero. Il plotone d’esecuzione – secondo le dichiarazioni fatte un anno dopo da uno che ne ha fatto parte, Francesco Schiamarini, alla Corte d’assise straordinaria di Ravenna – è formato da Natale Raffaeli, Rodolfo
Badiali,Lino e Tomaso Bertoni, Raffaele Boschi, Francesco Cattani, Silvano Samorè, Ugo Steri e dallo stesso Schiumarini.

Colpiti alla schiena, come si usa fare coi traditori, i condannati cadono uno sull’altro. Annunziata resta sotto il mucchio, ferita in più parti del corpo. Evita così il colpo di grazia alla testa. Finge di essere morta.
Trascorre del tempo, forse una o più ore. Passano lungo la strada alcuni giovani. Uno esclama: “Guarda questi dove si sono addormentati, saranno ubriachi”. Lei sente, chiede aiuto. Loro scappano in preda alla sorpresa e allo spavento.
Poi Annunziata riesce coi denti a liberarsi, ha perso molto sangue, la tormenta la sete. Attraversa il fiume e raggiunge una casa di contadini dove una sfollata, farmacista, le presta le prime cure.

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