Sei studenti del Liceo Torricelli-Ballardini hanno accompagnato il Consiglio comunale con letture da testi di Dante Alighieri
Un appuntamento, nato in occasione del settecentesimo anniversario dalla morte del Sommo Poeta nel 2021, che è ormai diventato una tradizione consolidata alla quale la nostra assemblea tiene particolarmente. Un momento per permettere ai ragazzi e alle ragazze di essere protagonisti, di accompagnare i consiglieri in una lettura dei testi danteschi e partendo da questi riflettere sui temi e le sfide del presente.
Interventi che oltre a sottolineare una grande preparazione e passione, hanno condotto i consiglieri in un viaggio ricco di stimoli e ragionamenti portandoci a interrogarci e a guardare dapunti di vista differenti le questioni dell’oggi, l’impegno politico e civile.
Una collaborazione, quella in occasione del Dantedì, che rappresenta un momento importante per tenere viva quella passione, quella voglia di indagare, studiare e attualizzare il pensiero e la poetica dantesca, non solo in occasione degli anniversari importanti.
Hanno partecipato: Greta Piolanti, indirizzo scienze applicate; Anita Foschi, indirizzo scientifico; Jacopo Guerra, indirizzo classico; Greta Oretti, indirizzo scienze umane; Sara Scardovi, indirizzo artistico; Edoardo Argnani, indirizzo linguistico. Hanno coordinato il progetto le professoresse Alessandra Neri e Giovanna De Filippo.

Il video e i testi integrali degli interventi
Buonasera, i miei compagni ed io siamo qui per accompagnarvi in una riflessione scaturita dalla lettura della Divina Commedia. Navigheremo fra le terzine, accomunati dall’interesse per il tema del limite, leggeremo dall’Inferno i versi in cui Dante ha trattato il tema dell’ardore, della natura e dell’impegno civile, approdando poi al Paradiso per esplorare la sfera dell’ineffabilità e il motivo dell’esilio.
Per l’occasione e in via del tutto eccezionale leggeremo da una prestigiosa edizione della commedia illustrata da Gustave Doré nel 1868 e conservata all’interno della storica biblioteca gesuitica della sede classica del nostro liceo.
Tutte le tematiche toccate possono essere riconducibili ai limiti umani che, non sempre riconosciuti e rispettati, portano inevitabilmente a cadere nell’errore.
Anche noi insieme a Dante, quindi, possiamo riconoscere i nostri limiti, quelli odierni, e comprendere che davanti all’errore si accorcia la distanza epocale che ci separa dallo spirito della Commedia. Sebbene scritta nel 1300, il sacrato Poema è ancora tremendamente attuale.
Sono Greta Piolanti, indirizzo delle scienze applicate. Cominciamo da un passo meno noto del Paradiso in cui il poeta chiede al lettore uno sforzo superiore di comprensione.
Versi 1-15 Canto II del Paradiso
O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
Nei versi riportati tratti dal Canto II del Paradiso, Dante suggerisce a noi lettori di riconoscere i nostri limiti, di accettarli e comprendere se possiamo essere o meno in grado di continuare a comprendere quanto verrà detto.
Tale consiglio dovrebbe essere seguito ed applicato anche oggigiorno, periodo in cui il desiderio comune è quello di risultare invincibili e perfetti agli occhi degli altri, come se ciò potesse renderci una versione migliore di noi stessi, una versione apprezzata ed ammirata da tutti. In realtà sono i nostri particolari, tutti diversi in base alla persona, a renderci speciali ed unici.
Sarebbe errato pensare che Dante dà questa raccomandazione senza seguirla lui stesso, infatti all’interno del Paradiso si parla spesso di ineffabilità; ovvero l’incapacità del poeta nel trovare le parole adatte per esprimere quanto visto durante il suo viaggio in Paradiso, di cui ricorda solo le impressioni. Molto spesso per aiutarsi nel tentativo di spiegare quanto accaduto, il poeta ricorre al mito, di Marsia, Fetonte e Fedra i quali introducono rispettivamente il tema del bisogno di Dante dell’aiuto di Apollo per la stesura dell’opera, dubbio su quanto gli era stato detto nelle cantiche precedenti ed infine dell’ esilio.
Buonasera a tutti, mi chiamo Anita Foschi e frequento la classe 5B dell’indirizzo scientifico. Il tema che vorrei proporvi è quello dell’esilio.
Le sei terzine che vorrei trattare provengono dal canto XVII del Paradiso, in cui Cacciaguida, antenato di Dante, profetizza l’esilio del poeta da Firenze.
Paradiso, canto XVII, 46-63
Qual si partìo Ipolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.
La colpa seguirà la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
Nella commedia, il poeta dovrà affrontare e superare molti dei suoi limiti, ora l’ineffabilità, ora sé stesso. Prima dell’esilio, Dante ha sempre vissuto a Firenze, città a suo avviso esempio di corruzione e degrado morale.
Per questo motivo, il poeta è costretto a vivere in un luogo ostile, sino a che, nel 1300, quando i Guelfi Neri presero il potere sulla città, fu ingiustamente costretto all’esilio, proprio come Ippolito dovette partire da Atene perché accusato a torto dalla sua matrigna. È evidente dalla profezia che le conseguenze per il poeta saranno amare. Dante sarà costretto a superare non solo un limite marcato sulle mappe, che separa Firenze dal “mondo esterno”, ma dovrà anche trovare la forza di fronteggiare ciò che tutti noi temiamo costantemente: la paura incessante di abbandonare ciò che ci ha tenuto al sicuro fino a quel momento, la nostra casa, la nostra vita e tutto ciò che ci ha reso chi siamo, fino a quel momento. Per Dante, abbandonare Firenze, il luogo dove è nato e cresciuto, comporterà il non sentirsi più sé stesso o a suo agio da nessuna parte.
Come profetizza Cacciaguida, dovrà lasciare ogni affetto e persona cara. Ogni volta che mangerà il cibo, nella sua bocca sarà sempre salato. Dovrà salire e scendere le “altrui scale”, chinandosi al cospetto dei grandi signori per sopravvivere. Infine, ciò che gli sarà più fastidioso sarà la compagnia degli altri esiliati, sempre pronti a mettersi contro di lui. Nonostante le sofferenze, però, Dante, nel suo viaggio per ritrovare sé stesso, arriverà presso la corte degli Scaligeri, dove troverà un posto che lo accoglierà, e qui potrà ancora sentirsi a casa.
Dovremmo tutti prendere esempio ed ammirare il poeta, che dopo tante sofferenze, ha avuto la forza di riappropriarsi della propria dignità e di ricostruire la propria vita. È vero che infatti dopo la profezia, alla fine del canto, non si abbandona allo sconforto, bensì afferma:
Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
Per cui Dante, costretto ad abbandonare tutto ciò che gli è di più caro a causa dell’ingiustizia, proprio come accade a molte persone al giorno d’oggi a causa delle guerre, ci insegna che è possibile trovare la forza in noi stessi e soprattutto confidare nell’aiuto di chi lo può dare.
Il poeta si fa forza e trova il coraggio per incassare quel colpo che lo atterrerebbe, se non fosse per la speranza nel rivedere un domani luminoso.
Vorrei chiudere con un pezzo parafrasato dall’Epistola XII, che Dante scrisse ad un amico fiorentino, il quale lo sollecita a rientrare a Firenze approfittando di un’amnistia concessa dai Guelfi Neri:
E che per questo? Le spere del sole e degli astri, non potrò forse contemplarle dovunque? Non potrò in ogni luogo sotto la volta del cielo meditare i dolcissimi veri, se io prima non mi renda spregevole, anzi abietto al popolo e alla città tutta di Firenze? E neppure un pane mi mancherà.
Dante non tornerà più nel luogo che lo ha costretto ad andarsene, perché sa che nonostante gli manchi terribilmente, il sole e le stelle potrà continuare a guardarle altrove. Grazie.
Ciao sono Jacopo Guerra dell’Indirizzo Classico. Per celebrare il Dantedì ho scelto di leggere alcuni versi del canto XXVI dell’Inferno, cercando di capire cosa potessero comunicarci 700 anni dopo la loro composizione.
Mi sono concentrato sulla figura di Ulisse, l’eroe omerico che dopo numerose peregrinazioni e difficoltà riuscirà a tornare in patria, ad Itaca per poter riabbracciare la moglie Penelope. Dante però ci racconta un secondo viaggio che Ulisse compirà dopo il ritorno tanto agognato. Infatti, ormai pronto a rinunciare ai propri affetti, quali il figlio, il padre e la moglie, s’imbarca insieme ad una piccola compagnia di marinai per esplorare e superare i limiti della conoscenza umana. Dante scrive:
Inferno, canto XXVI, vv 94-99
né dolcezza di figlio, né la piEta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
Vediamo come Ulisse parta per seguire il proprio ardore, da ardere latino quindi bruciare. L’ardore che Ulisse prova e che lo spinge a partire è il fuoco, ciò che anima la nostra vita, le nostre passioni. Chiediamoci tutti oggi: “dov’è il nostro ardore?”, “cosa ci spinge ad agire?”, “qual è il nostro fuoco, la nostra energia?”. Dell’Ulisse dantesco ho sempre apprezzato il coraggio, coraggio di sapere, la sua audacia perché a volte è quel passo in più che ci fa cambiare, è quel passo in più che conta. Ulisse dice ai compagni di seguire “la virtute e la conoscenza” e cioè seguire l’essenza più profonda dell’essere umano. Sarà però proprio per quel troppo osare di sapere, quel forse eccessivo desiderio di conoscenza che farà precipitare Ulisse e compagni nel vortice, nel turbine e perciò nella morte. È quindi il limite che governa la nostra esistenza, un limite che non circoscrive il nostro campo d’azione, ma che ci definisce e ci permette di indagare con consapevolezza. Leggiamo ora le parole che Ulisse rivolge ai suoi compagni:
Inferno, canto XXVI, VV 118-126
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Pensando al folle volo che Ulisse compie mi viene in mente una frase di una canzone di un famoso cantautore italiano, Vasco Rossi, che in Sally canta “perché la vita (…) è tutto un equilibrio sopra la follia”. È questa follia che ci tiene vivi, questo “folle” desiderio di osare, di conoscere. Questa declinazione della follia è puramente personale ed è una lettura che mi ha sempre affascinato.
L’Ulisse dantesco ci parla ancora oggi perché in un mondo dove si insegue ormai solo la fama, la notorietà, il denaro, in un mondo dove l’importante è apparire come qualcuno e non più essere qualcuno, l’Ulisse, se sappiamo farne tesoro, ci parla e ci interroga.
Per quali valori oggi vale la pena compiere quel folle volo? Ulisse ci fa inoltre riflettere circa la nostra prontezza e volontà nell’affrontare una simil sfida, una sfida per la conoscenza, una sfida per conoscerci. Grazie
Buonasera sono Greta Oretti dell’indirizzo delle scienze umane. Nel quinto canto dell’Inferno Dante ci mostra come le anime dei lussuriosi devono patire la dura legge del contrappasso, cioè come in vita si lasciarono travolgere dall’irrefrenabilità del loro desiderio, adesso sono condannati a essere sospinti dal vento della bufera infernale, che non si placa mai. Tra questi emergono due figure, che nemmeno la tormenta riesce a separare: Paolo e Francesca.
Dante, in questi versi, ci racconta del momento in cui i due amanti si abbandonano a un amore peccaminoso:
Canto V, Inferno, 127-138
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancilotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Dante colloca i due amanti nell’Inferno poiché il loro è un amore extraconiugale; Francesca era sposata con Gianciotto Malatesta, ma si innamora di Paolo, il fratello di Gianciotto. Pertanto, i due si sono lasciati andare al richiamo della seduzione e per questo motivo vengono puniti in vita da Malatesta che, scoperto il tradimento, li uccide. Gianciotto, un uomo legato a rigide convenzioni sociali, si sente legittimato nel compiere un delitto d’onore. Il marito, radicato in una società patriarcale, considera la moglie come una sua proprietà e, perciò, credendo di poter disporre non solo della sua vita, ma anche della sua morte. Gianciotto Malatesta si dimostra limitato dalle sue idee, dominato dalla gelosia e privo di rispettoper gli altri, incapace di comprendere che Francesca non è un oggetto, ma una persona con una coscienza, che ha deciso di vivere un amore peccaminoso e di andare contro Dio, a costo di essere punita in eterno, per poter sperimentare, per un momento, la libertà.
Sono ancora molte oggi le donne, che sulle tracce di Francesca, bramano la libertà da una relazione tossica, in cui tutti i loro diritti sono soffocati. Esse sfidano uomini che, come Gianciotto Malatesta, sono convinti che chi fa parte dell’altro sesso, non sia un individuo a tutti gli effetti, ma un loro possedimento e, mascherandosi sotto l’illusione dell’amore, si sentono legittimati nel superare il limite del rispetto per l’altro, utilizzando la violenza per controllare le proprie compagne. Tra queste donne c’è chi riesce a svincolarsi e ritrovare la propria libertà. Tuttavia, molte altre rimangono intrappolate in queste situazioni, incapaci di liberarsi dal dominio maschile. Altre ancora vengono private per sempre della propria vita e della propria dignità.
La storia di Paolo, Francesca e Gianciotto è un richiamo alla necessità di combattere contro le norme patriarcali e di difendere i diritti e la dignità delle donne, affinché nessun’altra Francesca debba più essere vittima di Gianciotto e affinché il rispetto dell’altro venga sempre mantenuto. Grazie.
Sara Scardovi, indirizzo artistico. Nel canto di apertura alla Divina Commedia, Dante descrive il suo passaggio attraverso la selva oscura. Un luogo incolto e intricato, al cui interno egli si perde, allontanandosi dalla retta via.
Pertanto, l’elemento naturale assume un valore simbolico diventando la causa dello smarrimento spirituale di Dante. Questa considerazione della natura, rimasta immutata nel corso dei secoli,resta visibile nei racconti popolari, dove il bosco diventava uno spazio in cui si perdeva la strada, dove anche Dante si lascia sopraffare dalla durezza della selva. Attualmente il rapporto tra natura e uomo è profondamente mutato, infatti, l’uomo è in grado di governare l’ambiente, anche oltrepassando il limite. Questi versi fanno riflettere sull’attuale condizione umana, poiché, nonostante l’uomo tenti di ottenere il pieno controllo sulla natura, lei sarà sempre capace di contrastarlo, imponendogli un limite.
Durante l’alluvione del maggio scorso abbiamo potuto comprendere tale limite.
Insieme all’acqua si diffuse un profondo sentimento di angoscia e sfiducia, seguito dal senso di smarrimento scaturito dall’impossibilità di vivere nelle proprie abitazioni e dalla necessità di ricominciare da capo, custodendo ciò che è stato possibile recuperare. Tuttavia, nello sconforto generale abbiamo ritrovato la gioia nello stare insieme e la fiducia nel futuro, come Dante che ritrova la speranza nella luce di Dio.
Inferno, canto primo 4-27
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
Grazie
Buonasera, Edoardo Argnani, Quinta Liceo Linguistico con EsaBac.
Nel canto III dell’Inferno, Dante introduce il primo gruppo di peccatori, gli Ignavi. Ignavi sono tutti coloro che in vita non hanno preso posizione o fatto scelte significative, seppur chiamati a farlo. Questo tanto nella sfera teologica quanto, più estesamente, in ambito politico e sociale, tramite una mancata o insufficiente partecipazione attiva alla vita comunitaria.
Dante, e lo sentiremo, mostra disprezzo totale per gli Ignavi, ritiene che abbiano mancato a una prerogativa morale fondamentale, tanto da non soffermarsi neppure a descriverli nel dettaglio. Applica la legge del contrappasso per contrasto, riservando loro l’incessante fardello di una futile corsa dietro a un’insegna priva di significato, tormentati dalle vespe e mosconi, mentre Virgilio lo invita a proseguire e voltare lo sguardo.
Inferno, III canto, 31-51
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
delli angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa
Interessante è qui notare come, nonostante l’Ignavia non assuma realmente i connotati di una vera colpa teologicamente riconosciuta, Dante sembri volerla in ogni modo condannare sotto il profilo morale, posizionando queste anime nell’Antinferno, luogo che precede l’Inferno stesso.
Respinte dal paradiso, non ricevute dall’inferno le anime degli ignavi sembrano quindi non trovare collocazione precisa in un seppur così stretto rigore classificatorio proprio all’intera opera. Un motivo ci sarà di certo. Ma quale? Perché un poeta come Dante nell’abbozzare l’opera della vita, che gli darà fama eterna, avrebbe voluto proprio aggiungere l’ignavia come primo imperscrutabile segno di devianza umana?
E’ evidente, limpido, cristallino come il sommo poeta abbia qui voluto lasciarci in eredità un monito, un imperativo categorico: “siate parte”, “parteggiate”, “mettetevi in gioco”, “prendete posizione”, “esponetevi e fate sentire la vostra voce”; in una parola: “partecipate”. È troppo facile nascondersi dietro il silenzio di un’indifferenza più o meno maliziosa, troppo facile è tacere per convenienza personale o partitica, troppo facile è schierarsi dalla parte del più forte e rinnegare i propri ideali. Ed è per questo che ora dobbiamo dirci: “Non chiudiamo gli occhi davanti all’ingiustizia, a ragazzi manganellati davanti a una scuola soltanto per aver fatto sentire pacificamente la propria voce, non voltiamo le spalle alle suppliche di una comunità in ginocchio stravolta da una catastrofe senza precedenti, condanniamo l’antisemitismo e rompiamo con egual forza il silenzio davanti al massacro di oltre 30.000 persone a Gaza”.
Oggi noi siamo qui, grazie a Dante, per Dante, ma non tanto per celebrarne la maestria formale o l’abilità affabulatoria. Non siamo qui per rinverdire la sua polverosa corona d’alloro. Siamo qui, proprio qui, oggi, per leggere e riflettere assieme su un autore che forse sempre più ha da dirci sul presente. Qualcosa i nostri studi di questi ultimi anni ci hanno lasciato ed è proprio con questo messaggio che vi vogliamo lasciare: ”Il limite, il limite è qui, lo sentiamo tutti, siamo stati tutti ignavi nella nostra vita, ma questo limite, questo muro che ci trattiene dall’agire, è arrivato il momento di distruggerlo. Smettiamola con i sillogismi, i benaltrismi, i perbenismi. “Torciamo il collo all’eloquenza” (Paul Verlaine) e costruiamo assieme e ora un dialogo paritario, rispettoso ma soprattutto onesto”. Grazie

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