La nostra scelta più bella. Al referendum per la forma istituzionale dello Stato l’Italia scelse la Repubblica, l’Emilia-Romagna fu la regione più repubblicana d’Italia e la Provincia di Ravenna ancora di più.
Durante questo anniversario ho avuto l’opportunità di partecipare a diverse iniziative e celebrazioni, condivido di seguito un riassunto delle riflessioni che ho voluto condividere:
ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, l’Italia compì una scelta che cambiò per sempre la propria storia. La nostra scelta più bella.
Fu il giorno in cui il popolo italiano decise direttamente il proprio futuro.
E voglio sottolineare questo aspetto: direttamente, a suffragio universale.
Per la prima volta votarono insieme uomini e donne.
Non fu soltanto una consultazione istituzionale.
Fu un atto di maturità democratica, una presa di coscienza collettiva.Con quel voto gli italiani non scelsero soltanto la Repubblica.
Scelsero di non essere più sudditi, ma cittadini.Cittadini liberi.
Cittadini partecipi.
Cittadini responsabili del destino della comunità nazionale.Da quel momento la sovranità non apparteneva più a una dinastia, ma al popolo: non più sudditi, ma cittadini
E la Repubblica nasce precisamente da questo: dalla dignità della persona che partecipa, sceglie, contribuisce.Ma il 2 giugno non è un punto isolato della nostra storia.
È il compimento di un lungo percorso nazionale.Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi parlava delle tre “R”: Risorgimento, Resistenza, Repubblica.
Tre parole che non indicano tre stagioni separate, ma un unico filo storico e morale che tiene insieme l’identità italiana.Nel Risorgimento abbiamo costruito l’Italia.
Abbiamo creato la patria e la nazione.Ma è importante ricordare quale idea di patria animava i grandi pensatori risorgimentali, e soprattutto Giuseppe Mazzini.
La patria non era concepita come superiorità verso gli altri popoli, né come nazionalismo chiuso ed esclusivo.
Era invece una comunità di persone unite da valori comuni, inserita dentro una più ampia comunità di nazioni libere.Per Mazzini le patrie collaborano tra loro.
Non si negano a vicenda.
La patria è responsabilità, non dominio.
È amore per il proprio popolo senza odio verso gli altri.Quell’Italia nata nel Risorgimento trovò però poi la piena consapevolezza del valore della libertà durante la Resistenza.
Con la Resistenza gli italiani compresero che la libertà non è mai garantita per sempre.
Che la democrazia vive soltanto se esiste partecipazione.
Che il dissenso non è un pericolo per la Repubblica, ma uno dei suoi fondamenti.In quegli anni uomini e donne, spesso giovanissimi, decisero di rischiare tutto per restituire dignità al Paese.
E proprio la partecipazione delle donne rappresentò uno dei grandi cambiamenti della nostra storia nazionale: donne protagoniste nella lotta di liberazione e poi protagoniste, finalmente, anche nella vita sociale, civile e democratica del Paese.La Resistenza ci lasciò inoltre un’altra consapevolezza decisiva: non esiste libertà autentica senza giustizia sociale.
Non basta proclamare diritti se una parte della società rimane esclusa, fragile, emarginata.Ed è qui che arriviamo alla Repubblica.
Con la Repubblica si conclude un percorso storico e ne comincia uno nuovo.
Perché la Repubblica non è soltanto una forma istituzionale.
È l’annuncio di una rivoluzione democratica, giuridica e civile.Una rivoluzione non violenta, ma profondissima.
Una rivoluzione che trasforma il rapporto tra Stato e cittadino.
Una rivoluzione che mette al centro la persona, i suoi diritti, la sua dignità.E questa rivoluzione prende forma concreta nella Costituzione.
La nostra Costituzione è probabilmente il punto più alto della sintesi tra Risorgimento, Resistenza e Repubblica.
Soprattutto nei suoi primi dodici articoli sembra quasi un componimento poetico: essenziale nelle parole, immenso nei contenuti.Con straordinaria semplicità i Padri e le Madri Costituenti riuscirono a scrivere principi comprensibili a tutti e capaci ancora oggi di emozionare.
Dentro quei principi troviamo tutto:
la centralità della persona,
la dignità del lavoro,
la solidarietà,
la pace,
l’uguaglianza,
la libertà,
la giustizia sociale.Ed è forse proprio alla Costituzione che dovremmo tornare più spesso a ispirarci.
Noi cittadini.
Le istituzioni.
La politica.
Anche il legislatore.Perché la Costituzione non è soltanto un insieme di norme.
È un progetto di società.In questi ottant’anni la Repubblica ha attraversato prove durissime.
Ha conosciuto terrorismo e stragi, mafie e attentati, corruzione e collusioni, tensioni sociali e crisi profonde.Eppure non ha mai smarrito sé stessa.
La Repubblica ha sempre mantenuto fermo il proprio punto di riferimento: la tutela della libertà e dei diritti della persona.
Ha trovato nella democrazia, nella partecipazione e nella forza delle sue istituzioni gli strumenti per reagire e rialzarsi.Questa capacità deriva anche da un equilibrio fondamentale su cui si regge la nostra convivenza civile: il rapporto tra diritti e doveri.
La Repubblica riconosce diritti inviolabili, ma chiede anche responsabilità.
Ogni cittadino ha il dovere di contribuire alla tutela dei diritti degli altri cittadini.Perché quando anche una sola persona viene privata di un diritto, tutta la società si impoverisce.
I diritti non sono privilegi individuali.
Sono un patrimonio comune.E allo stesso modo i doveri non possono essere vissuti passivamente.
Essere cittadini significa partecipare attivamente alla vita della comunità: con il rispetto delle regole, con l’impegno civile, con il lavoro, con la solidarietà.Non è un caso che proprio in Italia sia nato l’Umanesimo.
L’uomo umanista è colui che si considera artefice del proprio destino, capace di costruire la propria vita attraverso intelligenza, volontà e virtù.Ed è esattamente questa l’idea più profonda della cittadinanza repubblicana: una persona libera perché responsabile.
Oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, noi non abbiamo bisogno di sostituire quei valori.
Abbiamo bisogno di realizzarli pienamente.Abbiamo bisogno di continuare quella rivoluzione democratica iniziata nel 1946.
Continuarla significa ridurre le ingiustizie e le disuguaglianze.
Significa tutelare il territorio e l’ambiente.
Significa garantire soprattutto ai giovani pari opportunità nell’accesso all’istruzione, ai servizi, allo sport, alla cultura.Significa assicurare un lavoro dignitoso e un salario equo, che permetta di vivere e non semplicemente di sopravvivere.
Significa sostenere chi crea impresa, lavoro e innovazione.
Difendere i territori più fragili.
Affrontare con serietà le sfide delle famiglie e dell’inverno demografico.Significa contrastare le nuove povertà: energetiche, abitative, alimentari.
Ascoltare il disagio crescente di tanti giovani.
Costruire vere politiche di integrazione.
Accettare il diverso.
Respingere ogni forma di razzismo, tra persone e tra nazioni.Ma continuare la rivoluzione della Repubblica significa anche guardare oltre i confini nazionali.
L’Italia è stata protagonista di un’altra grande intuizione storica: la costruzione europea.
L’Europa nasce anch’essa dall’idea che i popoli possano collaborare invece di combattersi.
Nasce dalla convinzione che la pace, la libertà e la prosperità si costruiscano insieme.Oggi appare sempre più evidente la necessità di dare nuovo slancio al progetto europeo, rafforzando integrazione politica, economica e strategica.
Perché, come ha detto Mario Draghi, “ormai siamo soli, insieme”.
E allora dobbiamo avere il coraggio di rafforzare proprio quell’“insieme”.
Non subire passivamente la storia, ma costruirla.
Come fecero coloro che ottant’anni fa scelsero la Repubblica.Care cittadine, cari cittadini,
la Repubblica non è un’eredità immobile.
È una responsabilità viva.Ogni generazione è chiamata a darle nuova forza, nuova sostanza, nuova attuazione.
Ottant’anni fa gli italiani ebbero il coraggio della scelta.
Oggi tocca a noi avere il coraggio della responsabilità.Viva la Repubblica.
Viva la Costituzione.
Viva l’Italia.