Un viaggio storico e artistico in uno dei luoghi più antichi della città e oggi Sacrario dei Caduti di tutte le guerre.
Continua a leggere: La Chiesa di San BartolomeoL’origine
La chiesa di San Bartolomeo è uno degli edifici più antichi della città, la sua costruzione si perde nel tempo e viene fatta risalire al IX secolo. L’edificio sorge sopra una piccola altura e nei pressi si dice che in epoca romana sorgesse il palatium regium abitato dalla famiglia consolare; la prima memoria scritta risale però solo al 1159, conservata in una pergamena datata 8 febbraio e conservata all’Archivio Capitolare. Nel 1171 Faenza fu in gran parte distrutta da un incendio che si propagò da San Bartolomeo fino a porta Ravegnana e dal Duomo di San Pietro fino alla chiesa di Santo Stefano. In quella circostanza l’antica fabbrica di San Bartolomeo subì ingenti danni che portarono alla sua riedificazione.
Un edificio romanico
L’edificio che possiamo apprezzare oggi è un magnifico esempio di quell’architettura romanica quasi standardizzata che fra XII e XIII secolo vide diverse realizzazioni assai simili tra loro, come l’identica San Lazzaro sulla Via Emilia. La riedificazione avvenne nel 1209, data tramandataci da un’antica lapide, oggi andata perduta, ma della quale si conosce l’iscrizione e si conserva una ricostruzione grafica del Prof. Arch. A. M. Vassura (vedi immagine). “Questo lavoro fu fatto in onore di San Bartolomeo, beato martire, e di Sant’Eustachio nell’anno del Signore 1209, al tempo di papa Innocenzo e di Oddone re, imperatore eletto, sotto il prete Paolo”. Il riferimento nell’iscrizione a Sant’Eustachio induce a supporre che questi fosse compatrono e che avesse nell’antica chiesa un altare proprio.
Il rinascimento e l’età moderna
Al parroco Paolo succedettero una serie ininterrotta di rettori fino alla soppressione napoleonica del 1810. Molti dei rettori appartenevano a famiglie nobili faentine come ad esempio i Regnoli con il parroco Antonio nel 1430 e i Severoli con tre parroci tra il 1507 e il 1566, di cui il terzo, Cesare, provvide nel 1569 al restauro e alle decorazioni. L’ultimo parroco fu don Ignazio Montanari e a seguito della soppressione l’edificio fu acquistato dai Conti Gessi che nel 1819 lo vendettero alla Confraternita di Sant’Antonio Abate la quale, insediatasi a partire dal 1798, vi rimase fino al 1912, anno in cui la proprietà passò alla chiesa parrocchiale dei SS. Michele e Agostino alla quale tuttora appartiene.
Monumento nazionale
Nel 1910 la chiesa di San Bartolomeo fu dichiarata monumento nazionale per l’interessamento dell’ispettore onorario Gaetano Ballardini che ne propose il restauro all’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Gallo Marcucci. Il Comune insieme alla Sovrintendenza, alla Curia, alla Confraternita di Sant’Antonio Abate, alla parrocchia dei SS. Michele e Agostino e ai cittadini, misero a disposizione la somma necessaria. L’edificio era però in cattive condizioni: i lavori di adattamento eseguiti in diverse epoche, specialmente quelli del 1886, a seconda dei bisogni e senza criteri, ne avevano alterato e deturpato la linea e l’armonia originale.
La chiesa era stata coperta con una volta a botte formata da cannicciato, la parte anteriore divisa da quella posteriore mediante una parete e un’arcata. L’abside, preclusa alla visuale, era stata divisa in due da un ammezzato e dal piano superiore, per mezzo di una passerella che scavalcava la strada, si giungeva all’abitazione del parroco situata nel palazzo dei conti Zanelli-Quarantini.
Le porticine romaniche nei muri laterali erano state chiuse e vicino alla porta principale ne era stata aperta una più piccola che fungeva da accesso. Il campanile invece non subì modificazioni. Trasferitasi la confraternita nel 1912, la chiesa fu chiusa al culto e iniziarono i lavori che, condotti lentamente e interrotti più volte per mancanza di fondi, riguardarono la costruzione del tetto, il rifacimento dei muri diroccati e il restauro di porte e finestre. Caduta nel 1920 la proposta di adibire il luogo a sede del Museo del Risorgimento, per interesse della signora Teresina Pirazzini, Presidente della sezione faentina dell’Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti in Guerra, si decise di consacrare la chiesa a tempio votivo della Vittoria (della Prima Guerra Mondiale). Condivisa l’idea con le autorità civili e militari, nel 1923 si costituì un comitato e dopo diverse soste il 24 maggio 1935, XX anniversario dell’entrata in guerra, i lavori condotti dall’Ing. Giovanni Antenore terminarono e S.E. Mons. Ruggero Bovelli, vescovo di Faenza, consacrava il tempio destinato a famedio dei Caduti.
L’edificio e le opere d’arte
Sopra l’altare maggiore fino al 1810 era collocata una grande pala rappresentante la Beata Vergine col Bambino, San Bartolomeo ed altri Santi opera firmata di Sigismondo Foschi da Faenza [- 1527 – SIGISMUNDUS FUSCUS FAENTINUS FACEBAT] e oggi facente parte, insieme a molte altre opere provenienti dalle soppressioni napoleoniche, del patrimonio della Pinacoteca Nazionale di Brera e attualmente in deposito permanente in Pinacoteca a Faenza. Nella chiesa oggi si trova una riproduzione fotografica. Sono presenti tracce di affreschi tardo medievali.
Nell’altare di sinistra era venerata un’immagine di inizio ‘800 della Beata Vergine delle Grazie realizzata in cotto e dipinta a tempera e alta 85 cm.; in quello di destra un Crocifisso opera dei Ballanti-Graziani.
La Confraternita di Sant’Antonio Abate con l’acquisizione della proprietà fece realizzare una grande nicchia sopra l’altare maggiore ove collocò una statua in cotto del santo titolare della Confraternita e oggi conservata in Sant’Agostino.
Come tutti i restauri, anche quelli portati avanti negli anni ‘20 e ‘30, furono figli del loro tempo ed ebbero il merito-torto di eliminare le così dette superfetazioni che nei secoli si erano aggiunte all’originaria architettura romanica. Oggi la chiesa presenta aggiunte novecentesche, tuttavia di pregevole gusto ed elevata qualità, dal pavimento in cotto con piccoli inserti marmorei (riecheggia quelli medievali, ma denuncia una sensibilità liberty), ai bracieri decò, fino alla croce dipinta, copia di quella del “Maestro dei Crocifissi Blu” in Pinacoteca e realizzata, non a caso, da Roberto Sella, abile artista che della Pinacoteca fu direttore. Sempre durante quell’intervento furono eseguite in stile romanico la gradinata, le transenne e l’altare in pietra chiara di San Marino dalla ditta Bucci di Faenza. Le finestre dell’abside furono realizzate con lastre sottili di alabastro; le porte in legno dall’Ebanisteria Sociale e la ferramenta dalla ditta Matteucci che realizzò in ferro battuto anche i quattro candelabri e il crocifisso. Furono restaurate le pareti interne e apposte epigrafi in marmo con incisi i nomi dei militari caduti nella Grande Guerra; sopra queste, dopo la seconda Guerra Mondiale furono aggiunti i nomi dei militari caduti in quel conflitto.
A fianco dell’altare si trovano due lapidi: una con i nomi dei caduti nelle campagne d’Africa e nella Guerra Civile Spagnola, guerre di aggressione del regime fascista, mentre dal lato opposto una con i nomi dei 54 militari tumulati nella cripta.
Tra i soldati sepolti diversi sono stati decorati con Medaglie al Valor Militare: Luigi Ancarani (bronzo), Domenico Marri (argento e bronzo), Don Antonio Pirazzini (argento). Nel 1955 vi furono traslate le spoglie del Ten. dei Bersaglieri Giacinto Cova, caduto a Ridotta di Capuzzo (Libia) nel secondo conflitto mondiale e decorato con Medaglia d’Oro.
Tra il 2018 e il 2019 furono eseguiti lavori di restauro, grazie all’interessamento e al contributo di Alberto Cova, tra cui, con l’intervento della Pro Loco Faenza, lo stemma vescovile di Mons. Giuseppe Battaglia M.A.V.M., Vescovo di Faenza dal 21 agosto 1943.
Per finire, all’esterno si possono ammirare le testine romaniche nella fascia sottogronda dell’abside e il semplice giardino sulla fiancata che annovera ancora due tassi e un agrifoglio (il più grande e bello della città) dell’alberatura originale del 1930.
Nella Chiesa oggi si celebrano le S. Messe in ricordo dei Caduti delle guerre e iniziative di carattere storico e culturale. La proprietà è della Parrocchia dei SS. Agostino e Margherita ed è in comodato al Comune di Faenza che ne segue la manutenzione con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Alpini.







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