Legge quadro cultura

Approvata a maggioranza la nuova legge in materia di politiche culturali

In una cornice comune le esperienze costruite negli anni, sostenendo istituzioni, associazioni, enti locali e professionisti. La cultura è una scelta pubblica: non è soltanto una legge di riordino normativo, ma una precisa idea di cultura e di società e questo significa investire in conoscenza, libertà, creatività e partecipazione, riconoscendo la cultura come parte fondamentale della crescita delle nostre comunità.

Ecco il testo del mio intervento in aula:

Presidente, colleghe e colleghi,

l’Emilia-Romagna ha fatto molto per la cultura. Lo ha fatto nel corso degli anni attraverso politiche pubbliche, investimenti, sostegno alle istituzioni culturali, alle associazioni, agli enti locali, ai professionisti e a tutte quelle realtà che, ogni giorno, rendono la cultura una parte viva delle nostre comunità.

Lo dimostrano le tante leggi regionali che abbiamo approvato, gli strumenti che abbiamo costruito e le risorse che abbiamo messo a disposizione. Un patrimonio di politiche ed esperienze che ha contribuito a fare della nostra Regione un territorio nel quale la cultura è diffusa, accessibile e radicata, dalle città più grandi ai piccoli Comuni, dai luoghi della conservazione della memoria agli spazi della creatività contemporanea.

Questa ricchezza è il punto di partenza del progetto di legge che oggi presentiamo.

Una ricchezza che, proprio perché è così ampia e articolata, ha bisogno di strumenti capaci di accompagnarne l’evoluzione. Perché nel tempo sono cambiate la società, le forme della produzione culturale, i linguaggi artistici, le tecnologie, i modi in cui le persone partecipano alla vita culturale e accedono alla conoscenza.

È quindi arrivato il momento di aggiornare il nostro impianto normativo, di superare una frammentazione che si è stratificata nel corso degli anni, di semplificare e dare maggiore coerenza a un sistema che già esiste e che vogliamo rendere ancora più forte.

La nuova legge quadro nasce con questo obiettivo: riunire in un’unica cornice una pluralità di discipline, rendere più leggibili gli strumenti regionali e, soprattutto, dare alla cultura una prospettiva comune, capace di tenere insieme le tante dimensioni che la compongono.

Ma vorrei essere chiaro su un punto: questa non è soltanto una legge di riordino normativo. È una legge che afferma una precisa idea di cultura e, insieme, una precisa idea di società.

Perché la cultura non è un lusso, non è un ornamento, non è qualcosa di cui possiamo occuparci soltanto quando tutte le altre questioni sono state risolte.

La cultura è una scelta pubblica. È una scelta che riguarda il tipo di comunità che vogliamo costruire, le opportunità che vogliamo offrire alle persone, il valore che attribuiamo alla conoscenza, alla libertà, alla creatività e alla partecipazione.

È una scelta che incide concretamente sulla qualità della vita.

La cultura crea relazioni, mette in circolazione idee, apre possibilità, aiuta le persone a sentirsi parte di qualcosa. La cultura allarga gli orizzonti individuali, ma soprattutto costruisce spazi condivisi. Permette di incontrare ciò che è diverso da noi, di conoscere storie e punti di vista differenti, di comprendere meglio il mondo nel quale viviamo. Aiuta a formare cittadini più consapevoli e comunità più capaci di affrontare i cambiamenti.

E per questo è anche uno strumento fondamentale di contrasto alle disuguaglianze.

Perché le disuguaglianze non sono soltanto economiche. Sono anche disuguaglianze nelle opportunità, nell’accesso alla conoscenza, nella possibilità di esprimersi, di partecipare, di immaginare il proprio futuro. Una persona che non ha accesso alla cultura rischia di avere meno occasioni per crescere, per sviluppare le proprie capacità, per prendere parte pienamente alla vita della società.

Ecco perché investire in cultura significa investire nelle persone. Significa dare valore al tempo, alle relazioni, all’educazione, alla capacità di una comunità di non lasciare che le differenze sociali diventino distanze incolmabili.

Una società più ricca culturalmente è una società che offre più possibilità ai suoi cittadini, che rafforza i legami tra le persone e che costruisce gli strumenti per affrontare il futuro.

È questa la convinzione che attraversa il progetto di legge che sottoponiamo all’attenzione dell’Assemblea.

La prima novità che vorrei sottolineare riguarda proprio il riconoscimento della cultura come dimensione trasversale delle politiche pubbliche.

La legge supera l’idea di un settore isolato, confinato nei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione e alla fruizione culturale. La cultura dialoga con la scuola, con le politiche giovanili, con il sociale, con la sanità, con l’ambiente, con il turismo, con il lavoro, con la formazione e con i processi di rigenerazione urbana.

È particolarmente significativo, in questo quadro, il riconoscimento del welfare culturale tra i principi generali della legge.

Le attività artistiche, creative e culturali, così come le pratiche legate al patrimonio, possono contribuire al benessere delle persone e delle comunità, prevenire situazioni di disagio, contrastare la povertà educativa e le discriminazioni, favorire l’inclusione e rafforzare le relazioni sociali.

Non stiamo dicendo che la cultura debba sostituire le politiche sociali o sanitarie. Stiamo riconoscendo che una politica pubblica capace di rispondere ai bisogni delle persone deve saper mettere in relazione strumenti diversi, valorizzando anche il contributo che la cultura può offrire.

Per questo la proposta prevede un raccordo tra politiche culturali, sociali, sociosanitarie e sanitarie, anche attraverso un apposito tavolo interassessorile.

È un passaggio che considero importante perché ci invita a guardare alla persona nella sua interezza. Il benessere non è soltanto assenza di malattia o risposta a un bisogno materiale: è anche possibilità di partecipare, di apprendere, di incontrare gli altri, di trovare occasioni di espressione e di sentirsi parte di una comunità.

Un secondo elemento qualificante riguarda il modo in cui la legge definisce e valorizza il patrimonio culturale.

La proposta tiene insieme patrimonio materiale, immateriale e digitale. Accanto agli edifici, ai musei, alle biblioteche e agli archivi, riconosce i saperi, le pratiche, le tradizioni, le espressioni e le conoscenze che le comunità considerano parte della propria identità.

Rientrano in questa prospettiva anche gli archivi fotografici, i documenti sonori e audiovisivi, i film, i fumetti, le dimore storiche, i parchi, i giardini e i cimiteri monumentali e storici.

È una concezione ampia, che riconosce come il patrimonio non sia soltanto qualcosa da custodire, ma un insieme di testimonianze, conoscenze ed esperienze che vive nella relazione tra le persone e i territori.

La conservazione rimane fondamentale, ma deve accompagnarsi alla possibilità di conoscere, rendere accessibile e trasmettere questo patrimonio alle generazioni future. Da qui l’attenzione alla digitalizzazione, alla conservazione del patrimonio digitale e all’accessibilità della conoscenza.

A questa visione si collega il tema dei paesaggi culturali, intesi come il risultato dell’interazione nel tempo tra comunità, luoghi, ambiente e forme di vita.

I territori non sono semplicemente contenitori di beni culturali. Sono il risultato di una storia, di attività, di relazioni e di trasformazioni che hanno lasciato segni nel paesaggio e nella vita delle persone.

Conoscere, documentare e mappare questi paesaggi significa valorizzare la loro identità, collegando le politiche culturali alla pianificazione territoriale e paesaggistica, alla tutela ambientale, al turismo sostenibile e allo sviluppo locale.

È un approccio che può essere particolarmente significativo per le aree interne e montane, per i piccoli Comuni e per quei territori nei quali la cultura può diventare una risorsa per rafforzare le comunità e generare nuove opportunità.

Un altro ambito sul quale la legge interviene è quello della rigenerazione urbana e territoriale a base culturale.

Anche in questo caso, la cultura viene riconosciuta come una leva capace di produrre effetti che vanno oltre il singolo evento o la singola iniziativa.

Può contribuire a recuperare spazi degradati o sottoutilizzati, a restituire funzioni a edifici e luoghi, a creare occasioni di incontro, a sostenere l’innovazione sociale e digitale e a offrire opportunità alla creatività e all’occupazione giovanile.

In questa prospettiva trova spazio anche l’arte pubblica, riconosciuta come strumento di qualificazione urbana, identità territoriale e partecipazione civica.

La legge valorizza inoltre i centri culturali polifunzionali: luoghi capaci di mettere in relazione biblioteche, musei, spazi per giovani, sale prova, laboratori, attività formative, coworking, atelier creativi e servizi di prossimità.

L’obiettivo è favorire spazi vivi, aperti, capaci di rispondere a bisogni diversi e di costruire nuove occasioni di partecipazione.

E qui emerge un altro punto essenziale: l’accesso alla cultura non può dipendere dal luogo in cui si nasce o si vive.

Per questo la proposta presta particolare attenzione ai piccoli Comuni, alle aree interne e montane, ai territori svantaggiati e alle periferie urbane. La diffusione delle opportunità culturali è una questione di equità territoriale e di qualità della cittadinanza. Un concetto che attraversa tutto il testo che discutiamo.

La nuova legge riconosce poi con maggiore chiarezza il ruolo delle imprese culturali e creative.

La cultura produce valore sociale e civile, ma rappresenta anche un ambito economico e occupazionale importante, nel quale operano professionalità, imprese, reti e filiere che hanno bisogno di strumenti adeguati per crescere e innovare.

La Regione potrà sostenere percorsi legati alle startup innovative, alla digitalizzazione, alla ricerca, all’internazionalizzazione, al rafforzamento delle filiere e delle reti e allo sviluppo di nuove competenze professionali.

È importante riconoscere questo valore senza ridurre la cultura alla sua dimensione economica. La cultura non vale soltanto per ciò che produce in termini di occupazione o di ricadute economiche. Ha un valore proprio, legato alla libertà di espressione, alla conoscenza, alla partecipazione e alla crescita delle persone. Ma proprio perché quel valore è così importante, dobbiamo mettere gli operatori culturali nelle condizioni di lavorare, sperimentare e costruire prospettive professionali solide.

La legge aggiorna inoltre il perimetro delle attività culturali, riconoscendo la pluralità dei linguaggi e delle forme espressive contemporanee.

Accanto allo spettacolo dal vivo, alla musica, al cinema e all’audiovisivo, trovano spazio la multimedialità, le arti visive, la fotografia, il fumetto, le arti performative, la divulgazione scientifica, le scienze umane e sociali, la storia e le forme multidisciplinari e innovative.

È una scelta che guarda al presente e al futuro. La cultura cambia perché cambiano le persone, le sensibilità, le tecnologie e i linguaggi con cui raccontiamo il mondo. Una politica culturale efficace deve saper sostenere le istituzioni consolidate e, allo stesso tempo, aprirsi alla ricerca, alla sperimentazione, ai nuovi autori e alle nuove forme di creatività.

In questo quadro assumono rilievo anche le politiche per la formazione artistica di base, dalla musica alla danza, dal teatro al cinema.

Avvicinare le persone alle arti fin dall’infanzia significa offrire occasioni di apprendimento, espressione e crescita. Significa riconoscere che la partecipazione culturale non riguarda soltanto chi già frequenta i luoghi della cultura, ma deve poter coinvolgere pubblici nuovi e persone che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso, anche per ragioni sociali, economiche o sanitarie.

La proposta dedica poi un’attenzione specifica alle manifestazioni storiche, alle rievocazioni e ai carnevali storici.

Sono esperienze nelle quali la memoria si fa partecipazione, il patrimonio diventa occasione di incontro e le comunità possono raccontare e trasmettere le proprie tradizioni. La legge prevede strumenti dedicati, come l’Albo regionale dei carnevali storici, l’elenco regionale delle associazioni di rievocazione storica e un calendario annuale delle manifestazioni storiche e dei carnevali.

Anche qui il punto non è soltanto conservare ciò che viene dal passato, ma permettere alle comunità di viverlo, interpretarlo e trasmetterlo, mantenendo un legame tra le generazioni.

Vorrei soffermarmi, in particolare, sul passaggio relativo alla storia e alla memoria dell’età contemporanea in Emilia-Romagna.

La legge supera la precedente impostazione della “Memoria del Novecento” e introduce un ambito specificamente dedicato alla storia e alla memoria dell’età contemporanea.

L’orizzonte si amplia così al Risorgimento, alla nascita del Tricolore e al processo di costruzione dell’Unità d’Italia, fino alla storia della Repubblica.

Il Novecento, naturalmente, resta centrale, ma viene collocato all’interno di una continuità storica più ampia, che comprende l’affermazione dei diritti e delle libertà, i totalitarismi, la Resistenza, la Liberazione, la nascita della Repubblica e l’attuazione dei principi costituzionali.

È un’impostazione importante perché la memoria non è una semplice raccolta di ricorrenze, né un esercizio rivolto esclusivamente al passato. È una pratica pubblica di cittadinanza. È uno strumento attraverso cui comprendiamo come si sono affermate le libertà di cui godiamo, quali sacrifici sono stati necessari per conquistarle e quali responsabilità comporta custodirle.

Trasmettere la storia significa offrire alle nuove generazioni gli strumenti per comprendere il presente, riconoscere il valore delle istituzioni democratiche e difendere i principi sui quali si fonda la nostra convivenza.

In una società attraversata da cambiamenti profondi, da conflitti e da una crescente difficoltà nel riconoscere fonti affidabili e punti di riferimento condivisi, investire nella conoscenza storica e nella memoria democratica significa rafforzare la capacità critica dei cittadini.

È anche questo il compito della cultura: non imporre una lettura del presente, ma fornire gli strumenti per comprenderlo, discuterlo e parteciparvi consapevolmente.

Accanto a questa visione, la riforma ha una dimensione molto concreta di semplificazione normativa.

Il progetto interviene su quindici leggi regionali, riunendo e aggiornando discipline che nel tempo si sono sviluppate in diversi ambiti: dallo spettacolo al patrimonio culturale, dalle biblioteche ai musei e agli archivi, dai dialetti al cinema e all’audiovisivo, dalla musica alla memoria, dall’editoria alla promozione culturale, fino alle manifestazioni storiche e ai carnevali storici.

È un lavoro che può apparire meno visibile rispetto ai contenuti politici della riforma, ma che ne rappresenta una condizione importante: semplificare, rendere più coerenti le norme e offrire un quadro unitario significa anche mettere le istituzioni e gli operatori nelle condizioni di orientarsi meglio e di programmare con maggiore chiarezza.

Naturalmente, una legge quadro non esaurisce il proprio compito nel momento in cui viene approvata.

La sua efficacia dipenderà anche dalla capacità di tradurre i principi in priorità, obiettivi, risorse e interventi concreti.

Per questo il progetto individua nella programmazione pluriennale, normalmente triennale, lo strumento attraverso cui dare attuazione alla legge, con due programmi: uno dedicato alle attività culturali e l’altro al patrimonio, agli istituti e ai servizi culturali, alla storia e alla memoria dell’età contemporanea.

Questi strumenti dovranno definire priorità, destinatari, modalità attuative, risorse e criteri per verificare i risultati.

Sarà quindi importante aprire, dopo l’approvazione della legge, una nuova fase di confronto e partecipazione, coinvolgendo gli enti locali, le associazioni, le istituzioni culturali, le imprese, i professionisti e tutte le realtà che contribuiscono alla vita culturale della nostra Regione.

Dovremo essere capaci di ascoltare le esigenze di chi produce cultura ogni giorno, valorizzare le esperienze che funzionano, individuare le aree nelle quali permangono difficoltà di accesso e costruire strumenti adeguati alle diverse realtà territoriali.

Perché l’Emilia-Romagna è un sistema culturale articolato, fatto di grandi istituzioni e piccole associazioni, di città e aree interne, di professionisti e volontari, di tradizioni radicate e nuove sperimentazioni. Una politica regionale efficace deve saper riconoscere questa pluralità e trasformarla in una forza comune.

La forza di questa legge sta nel proposito di tenere insieme dimensioni che troppo spesso vengono affrontate separatamente: il patrimonio e la produzione culturale, la memoria e la contemporaneità, la cultura e il welfare, la creatività e l’impresa, l’innovazione e la tradizione, le città e le aree interne.

È una legge che parte dalla consapevolezza di ciò che la nostra Regione ha già costruito, ma che non si accontenta di amministrare l’esistente. Cerca di aggiornare gli strumenti pubblici per rispondere ai cambiamenti e per dare nuove opportunità a chi opera nella cultura e a chi, attraverso la cultura, può trovare occasioni di crescita personale e collettiva.

La sfida è costruire un sistema più integrato, accessibile e contemporaneo. Un sistema nel quale la cultura non sia percepita come qualcosa di distante, riservato a chi possiede già gli strumenti per accedervi, ma come una possibilità reale per tutti.

Una cultura che non sia ai margini delle politiche pubbliche, ma una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui una società cresce, si riconosce e costruisce il proprio futuro. Su questa convinzione si fonda questo progetto di legge.

Una risposta a “Legge quadro cultura”

  1. […] Approvata la legge, qui il testo e il video del mio intervento in aula […]

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